La libreria internazionale Melting Pot

La libreria internazionale Melting Pot è una libreria indipendente nata dal desiderio di offrire una scelta di libri piacevoli a tutti coloro che hanno voglia di leggere in una lingua straniera. Abbiamo libri in spagnolo, inglese, francese, portoghese, tedesco e russo. I nostri libri sono quasi tutti in edizione tascabile: oltre ad essere più economici dei libri rilegati, sono anche più pratici e comodi per chi vuole poterli leggere in qualsiasi situazione.
Importando direttamente dall’estero, riusciamo a proporre libri che normalmente non si trovano sul mercato italiano, ma che possono interessare ai più svariati tipi di lettori. Nella nostra libreria non si trovano quindi solo classici e bestseller internazionali, ma anche una selezione di saggistica, libri gialli, romanzi storici, narrativa straniera tradotta, manuali per la vita pratica e romanzi d’amore.
Non ci rivolgiamo solo a chi vuole leggere i “grandi” della letteratura universale in lingua originale, ma anche ai lettori, italiani o stranieri, a cui piace un determinato tipo di libri e che, per scelta o necessità, preferiscono leggerli in una lingua diversa dall’italiano.

Il blog di Margherita

08/07/2010 Eccomi qui di nuovo. La grande novità di questo aggiornamento è che il nostro sito è completamente rinnovato, speriamo che vi piaccia di più di come era prima.

Passiamo alle mie letture degli ultimi due mesi. In questo periodo sono stata complessivamente fortunata e ho letto vari libri buoni - oddio, ne ho cominciati parecchi che poi si sono rivelati scarsi, ma poi li ho mollati e non ve ne parlerò qui.

Questa volta per il primo posto c'è un ex aequo: "Barroco Tropical" di José Eduardo Agualusa e "Lo verdadero es un momento de lo falso" di Lucía Extebarría.

Cominciamo da "Barroco Tropical" . Tempo fa avevo letto alcuni racconti dello scrittore angolano di origine luso-brasiliana José Eduardo Agualusa, e non mi erano piaciuti. Poi vedo un link a un'intervista all'autore in cui presentava il suo ultimo libro, cioè questo. Comincio a guardare l'intervista prendendo in giro mentalmente l'abito bianco dell'autore e la sua aria ispirata, e invece poi, ascoltando quello che aveva da dire, ho dovuto ricredermi! Mi ha colpito soprattutto la descrizione della religiosità del personaggio del suo romanzo, che non crede in Dio, ma crede nei morti, e si può quindi definire "animista". A sentire l'autore è una condizione molto diffusa nel suo paese, e non stiamo parlando delle popolazioni isolate che vivono nei villaggi , sono oggetto di studi antropologici e credono nel fuoco, la terra, gli elementi, etc., ma della popolazione urbana cresciuta sotto un regime marxista che non dava molto spazio alla religione o alla religiosità. Io che, come il personaggio, non credo in Dio, credo nei morti ma un po' me ne vergogno in quanto posizione del tutto irrazionale, sono stata confortata dal sapere che la mia è una condizione molto comune e che addirittura esiste un termine con cui definirmi! Allora sono subito corsa a leggere il suo libro. Che dire? E' il primo libro che leggo che si possa definire "pan-lusofono": per la prima volta ho sentito quanto del Brasile - mondo a me familiare - arriva dall'Africa e quanto i tre paesi Brasile, Angola e Portogallo hanno ancora in comune. So che le radici africane del Brasile sono strombazzate dappertutto ma riguardano quasi esclusivamente le manifestazioni folcloristiche, in molti casi abbandonate per decenni e recentemente riprese a scopo turistico-promozionale oppure politico. Non riguardano il sentire comune. E soprattutto in Brasile si parla sempre di "radici africane" e mai di Africa! Purtroppo c'è una visione spesso autoreferenziale, non aperta verso gli altri paesi che condividono non solo una lingua ma anche molti aspetti culturali. Ben vengano gli autori come José Eduardo Agualusa che attraverso la loro opera riescono ad avvicinare mondi che hanno tanto in comune ma sono spesso percepiti come molto lontani!

L'altro vincitore di questo gruppo è "Lo verdadero es un momento de lo falso" , l'ultimo romanzo dell'autrice spagnola Lucía Extebarría, che ho divorato in due giorni. Il romanzo è narrato attraverso una decina di personaggi di cui viene raccontata la storia con riferimento a Pumuky, il personaggio principale, che muore - forse suicida - all'inizio del libro. Detto così sembra un libro giallo, ma non lo è assolutamente. Si ritrovano gli elementi tipici dei romanzi della Extebarría: amori, tradimenti, sesso, meschinità, follia nella Madrid di oggi. Lo stile narrativo dell'autrice assomiglia terribilmente a quello di una amica che ti racconta una serie di pettegolezzi bomba (e quello che succede ai personaggi del libro potrebbe in effetti costituire pettegolezzi bomba!) e quindi è impossibile interrompersi nella lettura. Vai avanti perché vuoi sapere. Però allo stesso tempo il romanzo ci regala una serie di fini ritratti psicologici di personaggi del nostro tempo. E attraverso le parole di alcuni personaggi vengono veicolate le teorie sull'iperrealtà di alcuni filosofi francesi (Baudrillard, Debord) che trovo assolutamente condivisibili. Riguardano l'impatto della televisione e degli altri media sulla visione che le persone hanno della realtà e di se stesse. Io non mi sparerei mai la lettura di un filosofo francese contemporaneo perché avrei paura di morire di noia e/o non capire niente - soprattutto la seconda. Quindi ringrazio l'autrice per aver reso queste teorie accessibili a noi lettori di romanzi. E l'esposizione di queste teorie non è assolutamente didascalica oppure in stile opera di divulgazione. E' come se te le raccontasse un amico, tra un pettegolezzo e una parolaccia. Qualche parola sulla campagna di marketing del libro, di cui sono venuta a conoscenza dopo averlo letto: Lucía Extebarría nella sua pagina Facebook presenta il profilo del suo amico Pumuky e del gruppo musicale a cui appartiene. Viene diffuso anche un loro video musicale tamarrissimo di una canzone intitolata "Coge palomitas". Pumuky e il gruppo cominciano a richiamare centinaia di fan e amici. Un giorno viene diffusa la notizia, con tanto di servizio giornalistico in cui si vede l'autrice in lacrime, che Pumuky è morto suicida in un bosco. I fan cominciano a disperarsi, arrivano parole di condoglianze, etc. E a quel punto la Etxebarría dice che tutte le testimonianze su Pumuky sono raccolte nel suo libro in uscita, "Lo verdadero es un momento de lo falso". Dopo un po' si scopre che era tutto falso: Pumuky non esiste, il gruppo musicale nemmeno, non c'è stato nessun suicidio! Era una realtà esistente solo su internet... cosa che poi si riallaccia al contenuto del romanzo. Per concludere, è un libro che consiglio a tutti. Se Pedro Almodóvar è stato il grande interprete della Madrid degli anni ottanta, Lucía Extebarría lo è della Madrid di oggi.

Gli altri tre libri in spagnolo che ho letto in questi due mesi sono stati quelli per le riunioni del nostro gruppo di lettura. "Rabia" dello scrittore argentino Sergio Bizzio è stata un'ottima scoperta. Si ambienta nella Buenos Aires di oggi ed è la storia di un muratore che, sospettato di aver ucciso il capocantiere, si nasconde nella grande casa dove la sua fidanzata lavora come domestica. Mentre è nascosto il protagonista osserva tutto ciò che succede nella casa... E' un libro di facile lettura e mai noioso, quindi lo consiglio. Invece non sono entusiasta di "Bestiario" di Julio Cortázar: brevi racconti scritti magistralmente che però lasciano - a mio parere - troppo spazio a innumerevoli interpretazioni una diversa dall'altra. Alla fine cosa ci piace di questo libro, quello che dice l'autore o quello che gli mettiamo in bocca noi con la nostra interpretazione personale? Non tutti i membri del gruppo di lettura sono stati d'accordo con me, ovviamente. E l'altro che non mi ha convinto completamente è "Soldados de Salamina" dello scrittore e professore universitario Javier Cercas, bestseller spagnolo da un milione di copie uscito poco dopo il duemila. Ha il merito di essere il primo bestseller sulla guerra civile spagnola, argomento di cui si è parlato molto in Spagna negli ultimi dieci anni ma di cui prima del duemila si parlava ben poco. Come diceva una partecipante del gruppo, una cosa era leggerlo appena è uscito e un'altra leggerlo adesso. Sarò sincera: io l'ho trovato noioso come una lettura edificante obbligatoria di quelle che davano a scuola. Anche qui il mio parere non è coinciso con quello della maggior parte dei partecipanti, quindi non posso sconsigliarlo.

Con il gruppo di lettura di inglese invece abbiamo letto due libri che mi sono piaciuti di più. Il primo è un libro di saggistica, "Dead Aid" di Dambisa Moyo. L'autrice fa un'analisi di cinquant'anni di aiuti internazionali all'Africa e spiega come non solo non abbiano migliorato la situazione dei cittadini dei paesi beneficiari, ma anzi abbiano impedito lo sviluppo economico di tutto il continente. L'autrice è molto in gamba e l'argomento è molto interessante, quindi è un libro che consiglio assolutamente. L'altro è "Brooklyn", romanzo dello scrittore irlandese Colm Toibin. E' la storia di Eilis, una ragazza di un piccolo centro irlandese che negli anni '50 emigra a New York dove trova lavoro, si mette a studiare, si fidanza. Poi deve tornare improvvisamente in Irlanda e le si presenta un dilemma... E' un romanzo dal tocco tenue, sottile nella descrizione dei personaggi, a tratti molto comico. Ed è anche scritto in un inglese facile e scorrevole - cosa non così frequente!

Un altro libro piacevole che ho letto in inglese è il romanzo "The Shadow of a Smile" dello scrittore nigeriano Kachi A. Ozumba. Il protagonista è Zuba, un giovane di una città nigeriana di provincia figlio di un "pezzo grosso" proprietario di una scuola privata, che viene coinvolto in una rete di vendette in cui viene usata l'arma più efficiente: la corruzione dei pubblici ufficiali. E così il nostro Zuba viene portato in carcere, in tribunale, etc. e le sue disavventure servono all'autore per raccontare fino a che punto la corruzione è diffusa nel suo paese. Nonostante le premesse è un libro divertente e pieno di ironia.

Poi ho letto per la prima volta un thriller di Michael Connelly. Il romanzo in questione è "Nine Dragons", il suo ultimo giallo con il detective Harry Bosch, ambientato in parte a Los Angeles in parte a Hong Kong, con il protagonista che fa fuori decine di persone per salvare la figlia che è stata rapita dalle triadi. Confesso di aver cominciato a leggerlo perché sulla copertina c'era scritto "100% Connelly - 100% addictive", e io cercavo appunto un libro che generasse dipendenza ma allo stesso tempo poco impegnativo. Bene, l'ho trovato. Ma era una "addiction" un po' strana... per la mia esperienza quando un libro genera dipendenza uno non vuole mai interrompersi perché vuole andare avanti a sapere cosa succede, o perché il libro è semplicemente bellissimo. Il libro della Etxebarría di cui parlo sopra per esempio genera una dipendenza di questo tipo. Invece il libro di Connelly mi ha fatto il seguente effetto: leggevo dieci/venti pagine, lo trovavo francamente noioso/scritto male/inverosimile/ridicolo/superficiale etc., ma poi passate otto ore dall'ultima seduta di lettura dovevo a tutti i costi riprenderlo. E fino alla fine! Non mi era mai successa una cosa del genere. Metterà qualche strana sostanza nella carta...

Siamo arrivati agli ultimi due: "Le Requiem" della autrice russa Alexandra Marinina , ovviamente fantastico come tutti gli altri suoi libri (vedi mie recensioni di novembre 2009 più in basso). E poi "La proie" di Irène Némirovsky, autrice di lingua francese e di origine ucraina che scriveva nella Parigi degli anni '30, morta ad Auschwitz, dimenticata in quanto secondo la critica era "antisemita" (proprio lei!) e poi riscoperta e ripubblicata pochi anni fa. Il romanzo che ho letto parla dell'ascesa sociale di un giovane povero ma ambizioso, che poi però si frega con le mani sue. E' sostanzialmente un libro sul potere, su come si conquista attraverso l'adulazione e il ricatto, ma come si può perdere perché c'è sempre qualcuno più furbo di te. Il tutto in un'atmosfera decadente e di crisi economica che a tratti ricorda l'atmosfera in cui viviamo in Italia adesso (oddio! Poi c'è stata la guerra! Meglio se mi rimangio quello che ho detto...!)

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